giovedì 11 ottobre 2012

Liberale, liberalismo, liberismo, libertario (e liberto)

Come diceva Mike Bongiorno, "si fa un gran parlare oggi" di liberale, liberalismo e liberismo.

L'abuso, in politica
Per la verità, negli ultimi vent'anni, quasi tutti, in particolare i post comunisti, i post democristiani e i post fascisti, si sono dichiarati liberali e per giunta "da sempre". Figurarsi.

Chi invece ha tenuto duro, e continua a sventolare le sue storiche belle bandiere, imputa alle politiche "neo-liberiste" il disastro in cui ci siamo messi. Ultimamente Vendola ha accusato Renzi di rappresentare quella sinistra culturalmente subalterna al modello liberista che sta rovinando l'Europa. Ma è solo l'ultimo esempio.

Che le politiche nazionali ed europee siano liberiste lo può affermare solo chi non sa che cosa voglia dire liberismo, oppure lo sa ma sa anche di rivolgersi a un pubblico che non lo sa e che si fida delle parole che ascolta da lui.

Ma c'è una terza possibilità: che chi dice 'liberale', 'liberista' ecc. intenda un concetto nuovo. In altri termini, li usa come neologismi. In questo caso, per farsi capire bene, dovrebbe spiegare quale senso noi si debba dare ai suoi discorsi.

Facciamo salva questa possibilità, e occupiamoci di definire il significato esatto delle parole, perché se non lo condividiamo è inutile discutere.




Etimologia
Tutti i termini in gioco derivano dal latino dotto liberu(m), la cui origine non è chiara, ma il cui significato sì: relativo ad uomo libero. Ma non tutti derivano direttamente dal latino. Per esempio, libertario deriva dal francese libertaire (1858), e liberalizzazione deriva dall'inglese liberalisation, coniato nel 1940.


Liberale
Compare nell'italiano nel sec. XIII. Tra i significati più diffusi anticamente, quello di 'generoso', anche nello spendere; di uomo animato da sentimenti nobili ed elevati; di persona o discorso chiaro, franco, ma anche, al contrario, licenzioso o spregiudicato.

Ma alla base del significato prevalente oggi, vi è Boccaccio, che usa il termine per indicare una caratteristica che si addice a una persona libera per condizione o per mentalità.


Esplicitamente riferito alla politica, 'liberale' significa: chi professa principi di libertà civile e difende la libertà (1797); chi è aperto al progresso e alle innovazioni culturali e politico-sociali (primi Ottocento); chi sostiene il liberalismo (1831), chi appoggia il partito liberale (1891).

In epoca risorgimentale, dunque in quel contesto storico, liberale denotava idee patriottiche, laiche (cioè non cattoliche) e democratiche, e la condizione borghese. Applicato al movimento politico, il termine 'liberale' denotava una posizione progressista in campo politico istituzionale (e favorevole alla laicità dello Stato) e moderata/conservatrice in campo economico-sociale.

Interessante notare che Claudio Magris, nel 1976, tradusse, nel Nemico del popolo di Ibsen (1882), 'liberale' con 'democratico', e ne diede molto opportunamento conto al lettore. Infatti, all'epoca della traduzione, e anzi già parecchi decenni prima, 'liberale' era passato a denotare posizioni politiche di destra, in un contesto totalmente differente da quello nel quale il termine era nato.


Liberalismo
Dottrina che pone la libertà quale valore supremo, in una concezione della vita fiduciosa nelle capacità dell'individuo di realizzarsi in modo armonico con la comunità. Nello Stato proposto dal liberalismo, che è uno Stato laico, vi è pieno riconoscimento delle libertà civili e sociali (coscienza, pensiero, associazione, iniziativa economica).

Il liberalismo moderato mette l'accento soprattutto sulle questioni economiche; il liberalismo radicale soprattutto sul rinnovamento sociale.


Ciò, secondo i contesti storici, ha fatto assumere ai movimenti politici di ispirazione liberale varie posizioni. Potrebbe sorprendere qualcuno che talvolta queste posizioni siano apparse come persino rivoluzionarie: "In Inghilterra, in Francia, in Germania si pensa che il liberalismo italiano non si occupi, generalmente, se non di progetti di congiure o sommosse, preparate nell'ombra delle società segrete" (D'Azeglio).

Successivamente, soprattutto con la gemmazione del pensiero marxiano, il liberalismo si è venuto spostando tra i movimenti conservatori. Nell'Italia repubblicana, ciò è avvenuto in parte, perché il liberalismo si è trovato sia tra i conservatori (i liberali) sia tra i progressisti (i radicali) (quel che penso dei termini conservatore e progessista si trova ). In realtà, il liberalismo ha denotato una posizione politica conservatrice o moderata o progressista a seconda delle epoche, cioè a seconda di come, in certe situazioni, il liberalismo appariva. In altri termini, non è il liberalismo in se stesso moderato o conservatore o progressista, bensì lo è solo relativamente alla situazione.

A questo punto, non stupisce che Oscar Giannino, che oggi è tra i resuscitatori del liberalismo in politica, abbia concluso uno dei suoi interventi di presentazione del movimento politico Fermare il declino tuonando che il movimento è "inguaribilmente immoderato" (video, min. 8.48).


Liberismo

Croce: "Io mi adoperai a slegare il legame indebitamente annodato tra "liberalismo" che è vita morale e etico-politica, e "liberismo" che è un tipo tra gli altri tipi possibili di ordinamento economico".

Ma, se Croce non ce l'ha fatta, la speranza di fare chiarezza non è morta. In fondo, la questione, almeno a livello terminologico, non è complessa: liberismo è la dottrina economica, sorta nella prima metà del XIX sec., secondo la quale la condizione indispensabile per lo sviluppo armonico del benessere economico individuale e collettivo è che l'attività economica sia lasciata esclusivamente ai privati, i quali agiscono in un sistema economico generale fondato sulla proprietà privata, sulla libera iniziativa esente da limitazioni, controlli e incentivi. Lo Stato si limita a fissare le regole del gioco e a sorvegliarne il rispetto.

Altrimenti, entra in conflitto. Stato e liberismo possono diventare irriducibili avversari quando lo Stato è statalista o paternalista o protezionista o socialista o corporativista, o più di una di queste insieme (sarà ora più chiaro quel che dicevo all'inizio, cioè che le politiche nazionali ed europee sono tutt'altro che liberiste?).

Gramsci, sempre acuto e inquietante: "Il liberismo è un programma politico, destinato a mutare, in quanto trionfa, il personale dirigente di uno Stato e il programma economico dello Stato stesso, cioè a mutare la distribuzione del reddito nazionale".

Per una interpretazione tecnica, invito il lettore a leggere un articolo dell'economista Gustavo Piga, che si trova sul suo blog.


Libertario
Libertario è un atteggiamento istintivo che considera la libertà il valore assoluto, l'energia vitale capace di riscattare gli uomini dai vincoli che lo opprimono in tutti i campi della loro esistenza. Si traduce in una rivendicazione irriducibile e per questo spesso protestataria, radicale o anarchica, non violenta o rivoluzionaria, nei confronti di istituzioni o forze o concezioni che la limitano e dunque le sono avverse.
Il libertario si trova, nella sua positività, a contrastare, in quanto contrastato, qualsiasi visione del mondo che pone al di sopra dell'individuo un qualsiasi potere in grado di controllarlo.

Quanto libertario abbia in comune con liberale, liberalismo, liberismo è difficile da dire, soprattutto nella pratica della vita sociale e politica, che ogni libertario, juxta propria principia, intende come gli pare. Un nesso etimologico e in parte anche semantico, in ogni caso, c'è. Non si può negare, infatti, che avversarie tipiche dei libertari siano le visioni del mondo collettiviste, stataliste e centraliste, che sono contrastate anche dai liberali. Forse più tipiche dei soli libertari sono le battaglie contro contro le visioni del mondo dogmatiche (religiose o ideologiche). Per non dire dei sistemi autoritari, militari e militaristi.

Secondo Guccini "Il libertario è sempre controllato dal clero e dallo Stato".


E per finire in gloria, i liberti
L'etimo e la storia delle parole potrebbero apparire avulse dalla realtà. Io penso esattamente il contrario. Nella realtà si trovano piuttosto parecchie mistificazioni ideologiche, strumentalizzazioni demagogiche che fanno leva sulla tendenziale superficialità con cui si fa caso alle parole.

Occhio, però, perché  "quelli che ti spiegano le tue idee senza fartele capire" (Jannacci) hanno in mente un popolo di liberti, non di uomini liberi.

I liberti (altro termine che condivide l'etimo) erano, in epoca romana, gli schiavi a cui il padrone concedeva un certo grado di libertà, affrancandoli dalla condizione servile. Non divenivano però, come accadde anche a Terenzio, cittadini a tutti gli effetti (cives).

Chi ci casca, cioè chi non conquista la consapevolezza personale dei termini essenziali della vita civile, finisce per limitarsi a dare per buone le idee altrui, conservando forse inconsapevolmente la vocazione tipica dei liberti a servire e ad adulare i potenti.

Mazzini: "Non esce da tutto questo trambusto di fremiti di liberti avvezzi a un padrone, se non una lezione ai giovani e ai popolani d'Italia nei quali vive l'avvenire della Patria comune".

9 commenti:

  1. congratulazioni per la dotta spiegazione...concordo soprattutto sul fatto che molti...in mala fede certa, usano il termine liberale o liberista e persino libertario che per il sottoscritto vale solo nella accezione anarco capitalista dove anarco non ha nulla a che vedere con ANARCHIA COLLETTIVISTA,SOCIALISTA/COMunista, basata sulla forza/violenza aborrite dal Libertarismo.

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  2. Dimenticati i LIBERTINI...

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    1. LIBERTI e LIBERTINI sono la stessa cosa!

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    1. La ringrazio del suo commento. Ma mi lasci fare qualche considerazione.
      Il contesto in cui avevo scritto l'articolo (11 ottobre) era caratterizzato dal dibattito politico del momento, in cui, curiosamente, aveva un certo peso il movimento Fermare il declino (che non si chiamava ancora Fare per Fermare il declino), a cui avevo aderito (e anzi per cui mi sarei candidato al Senato, di lì a poco).
      Molti consideravano Fermare il declino un movimento liberista. Tra questi, vi era Piga (che non è mio amico, nel senso che non lo conosco), che si espresse in tal senso proprio nell'articolo del 21 ottobre in coda al quale lei stessa ha pubblicato diversi commenti. Ma se va a vedere, troverà anche un mio commento (22 ottobre) nel quale rimandavo al mio articolo, proprio per rimarcare la differenza tra liberista e liberale.
      Lo scopo dell'articolo era infatti quello di fare distinzioni tra etichette che mi pareva venissero utilizzate in modo strumentale alle semplificazioni della stampa e all'argomentazione degli avversari. Non nego, ovviamente, che in Fermare il declino ci fossero dei liberisti, ma non c'erano solo quelli. Era esattamente un movimento liberale che, purtroppo a mio parere, puntava troppo sulle questioni economiche, difetto di tutti i movimenti e partiti liberali, eccettuato il Partito Radicale.
      Dato che non sono un economista, ma un italianista, mi sono riferito all'etimologia quale punto di partenza e alla storia delle parole, di conseguenza. In questo percorso, mi pareva (e mi pare ancora, dopo averlo riletto a distanza di tre anni e mezzo) di aver chiarito la differenza tra liberale (termine in cui mi riconosco) e liberista (termine in cui non mi riconosco), differenza che la citazione di Einaudi (in cui pure mi riconosco) nel suo commento esprime benissimo.
      Sicché, le mie parole che lei cita ("Che le politiche nazionali ed europee siano liberiste lo può affermare solo chi non sa che cosa voglia dire liberismo") esprimevano non il disappunto del liberista che non trova abbastanza liberiste le politiche europee bensì quello del liberale che trova così intimamente radicato lo statalismo provinciale e nazionalista di troppi italiani da far loro considerare il federalismo europeo come un disegno liberista, come se gli stati membri fossero liberisti. Dica lei, se c'è, quale stato membro è liberista, ma non dica la Gran Bretagna, che sta per indire un referendum sulla sua uscita dall'Unione (nella quale è entrata a metà, visto che non ha aderito all'Euro).
      Del resto, che io non sia né un economista né un liberista, lo potrebbe tranquillamente verificare leggendo uno qualsiasi degli altri articoli del blog che, se fanno ridere, hanno ottenuto certamente uno dei loro scopi.

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  4. Lei ha decisamente molte certezze e molto solide. Gliele lascio tutte senza discutere, anche perché, mentre nella mia risposta al suo primo messaggio io ho tenuto conto dei suoi argomenti, nella sua replica lei non tiene conto dei miei (se non per negarne alcuni senza argomentare) e riparte da dove si era fermata aggiungendo qualche illazione che, se fossimo in privato, mi farebbe solo sorridere.
    Però, visto che siamo in pubblico, devo precisare qualcosa.
    1. Questo blog è aperto a tutti i commenti, senza censure. Ma non faccio passare sotto silenzio i commenti offensivi. Di conseguenza, respingo al mittente, tanto più che si lascia conoscere solo con il nome, i saluti "del Mago Zurlì al dottor Giannino".
    2. Io non ho mai ricevuto un euro, né l'ho mai chiesto o cercato, per la mia attività politica, che è iniziata e terminata con Fermare il declino (settembre 2012 - marzo 2014).
    3. Le mie idee non sono in vendita. Quelle che credo più importanti le pubblico in libri e saggi di taglio scientifico. Le altre, le scrivo qui. L'unica cosa che vendo è il mio tempo, e lo vendo a coloro che mi chiedono di aiutarli a comunicare meglio con le parole scritte.
    4. Individuare le "sfumature linguistiche" fa parte della mia cultura e insieme della mia competenza professionale e non posso dunque concordare con chi le liquida come un volgare strumento di inganno. Di più, sostengo che questo sia piuttosto uno pseudo-ragionamento qualunquista che si fonda sulla considerazione, giusta ma ovvia, che la politica argomenta e che, argomentando, ci prova pure a manipolare. Se ci riesce è proprio perché trova qualcuno che non sa distinguere le "sfumature linguistiche".

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  5. Cara Silvia,
    lei vede, in quello che scrivo, quel che vuole vedere (per esempio che io sia liberista) e non quello che c'è. Visto che siamo in pubblico, preciso solo alcune cose.
    1. Non ho mai scritto che in Fare ci fossero persone "allettate solo dal (proprio) profitto". Ho scritto che Fare "puntava troppo sulle questioni economiche, difetto di tutti i movimenti e partiti liberali, eccettuato il Partito Radicale". C'è una bella differenza e i miei amici che furono in Fare con me sanno benissimo a che cosa mi riferisco: al fatto che un movimento politico che punti principalmente se non esclusivamente sulle soluzioni economiche è destinato a perdere nella competizione sul consenso, per la semplice ragione che, nella vita delle persone, ci sono tanti altri valori.
    2. Non penso affatto che i miei ex compagni del mio ex partito mi abbiano raggirato, e non l'ho mai scritto. Questa è un'altra delle illazioni di Silvia che devo smentire.
    Concludo dicendo che la campagna di Silvia pro-economia e pro una certa ricetta economica è fuori tema, sia rispetto all'articolo in questione, sia rispetto a tutto il blog. Ripeto, ma è l'ultima volta: io non scrivo di economia, non essendo un economista.
    Come dice Forrest Gump, "Non ho altro da dire su questo argomento", e invito Silvia a proseguire la discussione su altre questioni e, nel caso, a firmare anche con il cognome quello che scriverà.

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